venerdì, dicembre 16, 2005

KZ Mauthausen

9 Dicembre 2005. E’ in una gelida mattina di inverno che ci avviciniamo al campo. KZ Mauthausen, campo di concentramento. Chiacchieriamo del più e del meno, ma siamo un po’ in ansia per quel che vedremo. Patrizia più di me. Ho letto un po’ di cose sui campi i concentramento nazisti, e credo di sapere quello che mi aspetta. Mauthausen: la mia affidabile Lonely Planet la definisce una graziosa cittadina sulla riva settentrionale del Danubio, ad est di Linz. In effetti è quello che pensiamo noi attraversandola. Case e palazzi dai bei colori pastello, stradine pulite ed ordinate. Come tanti altri paesini austriaci. Consideriamo anche che quei colori forse servono a scrollarsi di dosso un così pesante fardello, e tra di noi ne parliamo. In fondo cosa centra questa gente con la ferocia nazista di allora? Seguiamo le indicazioni e troviamo la strada del lager senza problemi. Strada che si inerpica su una collina, fuori dal paese. Fa freddo e c’è la nebbia, ma credo che col sole questi posti sono belli. Dalla nebbia iniziamo ad intravedere la sagoma del campo: mura, torrette, filo spinato. E’ grande, ed subito un nodo in gola. La strada da percorrere a piedi fino all’ingresso passa attraverso al Campo dei Monumenti. Sono monumenti ai caduti di ogni nazione. “Agli Italiani che per la dignità degli uomini qui soffersero e perirono”: questa è la scritta commemorativa posta sul monumento italiano. Ma è pieno di monumenti e di frasi del genere-. Russi, francesi, olandesi, ungheresi, greci, americani: ognuno il suo monumento. Poi l’ingresso. Un pesante cancello tra due torrette di guardia. Non starò a raccontarvi di quello che ho visto dentro al lager. Delle baracche vuote. Dei cumuli di neve per le strade deserte. Delle scarne targhe metalliche che in parecchie lingue riassumono troppo brevemente la vita del campo. Del modesto museo pieno di dati e di scritte in tedesco. Ne vi parlerò dei forni crematoi o delle camere a gas. Non ho molto da dire in proposito. E comunque vi basterà digitare “Mauthausen” su un qualunque motore di ricerca sul web per saperne quanto me ed anche di più. Ho fatto delle foto al campo. Con lo spirito di immortalare la desolazione del posto, di fermare ciò che i detenuti, anzi, gli schiavi, vedevano dalle baracche. Le foto che ho fatto saranno presto sul mio foto album, c’è il link qui di lato. Non sono tante. Non sono spettacolari. No ho cercato la sensazione, ma la desolazione. Arrivato davanti ai forni e dentro le camere a gas non ho avuto cuore di fare foto, ed infatti non ne troverete nel mio foto album. Ma in rete ne potrete trovare tante, se ci tenete. Vi voglio invece parlare del silenzio che si respira. Dello stare tre ore senza dire più di sei frasi. Del non guardarsi negli occhi per non vergognarsi. Del non capire se è proprio quello che è successo. Patrizia mi ha detto che ha provato soprattutto orrore e tristezza. Io non so nemmeno dirlo di preciso quello che ho provato. Forse quello che più di ogni altra cosa avvertivo è stata l'impotenza. E la rassegnazione. Le centinaia di scritte, in ogni lingua, sul dover ricordare perchè tutto ciò non avvenga mai più mi paiono un po' vuote. Quello che qui è successo sessanta anni fa sta succedendo ora in altri posti. Solo più lontani da noi. Penso alla Cina: è solo di poche decine di giorni fa il video dei campi in cui i dissidenti sono costretti al lavoro forzato. Come è possibile? Se qualcuno mi chiedesse di raccontare della mia visita al KZ Mauthausen non avrei davvero molto altro da dire. Indicherei la strada da fare per arrivarci. Tra le cose che ho visto una immagine mi rimane più delle altre: il muro forte, alto, invalicabile. Ed il filo spinato. Nella mia mente l'impotenza dei quei poveri ragazzi di allora, che qui si trovarono, e la mia impotenza di oggi di fronte al ripetersi di quei fatti. Trascrivo qui la poesia che Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, pone all’inizio del suo famosissimo libro. Meglio di tante mie parole può esprimere quello che credo valga la pena di ricordare.

Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi
(Primo Levi)

venerdì, novembre 25, 2005

Citazioni

Ieri, tornando a casa in moto, mentre morivo dal freddo, non so perché mi è tornata in menta l’ultima famosa rivelazione del portatore nano di democrazia. Ultima di una lunga serie di... nefandezze. Mi sono messo a ridere dentro il casco come un pazzo. Poi me ne sono venute in mente altre due, di personaggi altrettanto famosi e secondo me accostabili, per un motivo o per un altro, alla prima. E sono letteralmente morto dal ridere. Da solo, come un cretino.

“La guerra in Iraq non la volevo, ho tentato di convincere Bush”
Silvio Berlusconi

“Io non sono cattiva... è che mi disegnano così”
Jessica Rabbit

“Oh, oh… mi è semblato di vedele un gatto!”
Titti

Ed alla fine mi sono figurato la scena del nano che cerca di convincere il criminale. Non vi ricorda il Grillo Parlante che dice a Pinocchio di non andare nel Paese dei Balocchi? Di poco sbandavo, mentre nelle orecchie arrivava fortissimo, amplificato dall’effetto casco, il rumore delle mie risa.

venerdì, novembre 11, 2005

La bicicletta a colori

Raccontandovi di mio nonno Emilio ho accennato alla bicicletta a colori. La storia di questa bicicletta inizia tanto tempo fa, ed ormai non si distingue più molto bene la fine della storia e l'inizio della leggenda. Ad ogni modo i fatti andarono circa cosi.

Mio nonno Emilio aveva una bicicletta. Era vecchia, ne sono certo, ma la ricordo sempre luccicante. Non pulita, di più. Accudita, direi. Mio nonno l’adorava, ed a lei riservava un sacco di attenzioni. Non la prestava mai a nessuno, anche se è successo che qualcuno la prendesse senza farglielo sapere. Ed è un bene che non lo abbia mai saputo. Era una bici azzurra, non ricordo la marca. Sul manubrio installava un seggiolino per bambini, modello anni venti. Non una di quelle patetiche poltroncine in plasticaccia che vedo in giro ora, con protezioni e cinture di sicurezza ovunque, completamente prive di poesia. Era un semplice cilindretto in simil-pelle, su cui il nipotino di turno veniva fatto accomodare. I piedi dei piccoli passeggeri venivano appoggiati su degli esili supporti metallici, spaventosamente vicini alla ruota anteriore: in diversi abbiamo assaggiato il morso dei suoi raggi. Aveva un campanello che suonava benissimo e che veniva utilizzato con generosità, sia dal conducente che dai passeggeri. E poi pesava almeno trenta chili. Una vera bicicletta insomma, non un di quei trespoli in lega carbonio-titanio anodizzato che non raggiunge i settecentocinquanta grammi. Robaccia per ominuncoli in calzamaglia, quella. Qui stiamo parlando di un mezzo di trasporto eccezionale, robusto ed efficiente, massima qualità: il top del top. Ma non ostante tutto ciò, mia nonna non fu mai una fans di quel pezzo di gloria. Un po’ per la paura che i nipoti si facessero male, un po’ per le esagerate cure che ad essa venivano riservate. Mia nonna prendeva anche un pelo in giro mio nonno per questa smodata passione. Insomma questa bici qualche dissapore lo procurava. La tensione crebbe quando mio nonno installò il “salva-gonna”. Non conosco il nome tecnico, ma in sostanza sono dei fili che si installano sulle biciclette da donna, dal mozzo della ruota posteriore al parafango della stessa: servivano per evitare che le gonne delle signore si infilassero tra i raggi, provocando rovinose cadute, distruzione di gonne e scene di madame in mutandoni in giro per la strada. Non so se esistono ancora, ormai le donne non le usano più le gonne per andare in bici. Comunque, il “salva-gonna” scelto da mio nonno, oltre che estremamente fuori luogo, non era propriamente sobrio, bensì tremendamente multicolor. Ogni filo era diverso dall’altro, e l’insieme comprendeva tutti i colori dell’iride. Mia nonna scatenò una pesante offensiva su questo fronte, col fine di far rendere conto a tutti noi di quanto lei avesse ragione a considerare il nonno quantomeno esagerato. La situazione sarebbe potuta precipitare, erano giorni di fuoco. Per cercare di riportare mio nonno alla ragione e stemperare gli animi, non ricordo più chi, si prese la briga di far rispettosamente notare a mio nonno che i fili fossero inutili ed anche un pelo pacchiani. La crisi era al culmine, e la paura che il conflitto si allargasse cresceva. In famiglia già si andavano delineando i due schieramenti. La possibilità che lo scontro si ampliasse su vasta scala fu improvvisamente scongiurato proprio da mio nonno. Non che rimosse l’originale e vivace “salva-gonna”, non cedette di un millimetro, sia chiaro. Ma come sempre, ne venne fuori con eleganza e classe senza pari. La sua risposta alle obiezioni che gli venivano ormai da più parti sollevate fu lapidaria, inconfutabile, scoraggiante e talmente definitiva da non ammettere repliche. Ancora oggi mi chiedo come sarebbe finita se non ci avesse pensato. Senza scomporsi minimamente, sentenziò che poiché tutti noi avevamo la televisione a colori, lui aveva tutto il diritto di possedere una bicicletta a colori… La notizia rimbalzò in tutti gli avamposti ed a tutti parve più che ragionevole. Solo mia nonna ebbe ancora qualcosa da borbottare, ma ormai era da sola. La situazione tornò alla calma nel giro di pochi minuti. La crisi svanì come una bolla di sapone. Dopo un quarto d’ora mio nonno era di nuovo in sella, più sgargiante che mai. Pedalò via bello come il sole, chiaramente col manubrio occupato da un nipotino felice.

martedì, novembre 08, 2005

Una strana veglia

Mio nonno era lo zio di tutti. Zì Mimì. E’ così che tutti lo chiamavano, è con quel nome che tutti lo conoscevano. E’ morto oggi, dieci anni fa. Ricordo il funerale di mio nonno. Era stracolmo di gente, e la processione dalla Piazza al Camposanto sembrava quella del sei agosto, quella di San Donato. Essendo Novembre in paese non c’era molta gente. Erano tornati in tanti apposta per salutare mio nonno. In fondo era lo zio di tutti, e dunque quel giorno tanti nipoti erano li. Il fatto è che mio nonno era proprio simpatico. Era una di quelle persone che quando le guardi ti ispirano fiducia, ti mettono buon umore. Mi nonno è morto in una clinica di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara. Quando siamo arrivati da Milano siamo andati direttamente là, senza passare da casa. E naturalmente vi abbiamo trovato tutti gli altri parenti. Immaginate la scena. Tutti che si abbracciano senza nemmeno parlarsi. Tutti con gli occhi lucidi, qualche cugina e qualche zia che piange. Qualcuno muto guarda la bara. La mia mamma era disperata. Io sono andato a guardare mio nonno: vi giuro che aveva la solita faccia serena. E poi era bello. Elegante come piaceva a lui. Si perché mio nonno era molto attento alla sua immagine: era figlio dei nostri tempi, oltre che dei suoi. Mi pare di ricordare che fui io a dire di appuntargli sulla giacca la sua adorata spilla d’oro di Grande Invalido del Lavoro, guadagnatasi scavando gallerie in giro per l’Italia degli anni trenta quaranta e cinquanta. Ne era davvero orgoglioso. La lucidava di continuo, sfregandola sui pantaloni. Tanto da rovinarli. Ora la vorrei avere io quella spilla, quasi mi pento di non averla chiesta per me. Ma non fa niente, va bene così. Torniamo a quel Novembre di dieci anni fa. L’ambiente era più che triste. Non so come dire, ma per me, ed anche per i miei cugini, era quasi angosciante vedere i nostri zii e genitori piangere tutti insieme. Niente di melodrammatico, in ogni caso. Solo un’immensa tristezza. Poi è successo una cosa strana, che ricorderò per tutta la vita. Io ero appoggiato coi gomiti sulla bara aperta, e guardavo mio nonno. Non pensavo a niente di particolare. Lo guardavo e basta. Poi anche mio cugino è venuto li, e con i gomiti appoggiati anche lui ha iniziato a ricordare alcune delle cose che faceva o diceva nostro nonno. E molte erano proprio divertenti. Ad uno ad uno anche altri cugini e cugine e le nostre sorelle sono venuti a chiacchierare con noi di queste cose. Tutti appoggiati alla bara. Badate, appoggiati, non intorno o vicino. Eravamo quasi dentro anche noi con le nostre teste. E sempre parlando di quello che aveva fatto o detto il nonno in certe circostanze, si è creata un’atmosfera più serena. Perché mio nonno di cose buffe e divertenti, ne aveva fatte e dette un bel po’. Sulla sua trasferta in Abissina, allora colonia del Regno, oggi Etiopia. Sul lavoro in giro per l’Italia, vivendo in baracche di emigranti insieme a tanti paesani. Sulla guerra, in Grecia. Sulla prigionia, in Germania. E sulla pace al suo ritorno. Alla fine del suo lungo viaggio eravamo li, quasi tutti i suoi nipoti, che ricordavano il loro nonno nella maniera che credo lui avrebbe apprezzato di più. A furia di ricordare aneddoti alla fine stavamo proprio ridendo, tanto che pensai “ora ci sgridano, che razza di veglia è questa?”. In effetti non so se fosse proprio una veglia, forse era solo un saluto. Ad ogni modo nessuno ci sgridò. Anzi, mia madre, tempo dopo, mi disse che era stato bello vederci tutti lì, intorno al nonno. E’ che gli volevamo un gran bene, come lui ne voleva a noi. Ognuno di noi è stato scarrozzato varie volte sulla sua bicicletta: la bicicletta a colori, come la chiamava lui. Ma questa è un’altra storia. Quello che voglio dire ora è che per me lui era speciale. Per me era di più, era il numero uno. Per me era un eroe. Per tutti era Zì Mimì, ma per me era Nonno Emilio.

martedì, ottobre 25, 2005

Non vorrei sembrare disfattista

Non vorrei cadere nella facile tentazione del pessimismo rassegnato. Ma a volte è veramente difficile resistere. Questo mondo va al contrario di come mi parrebbe giusto dovesse andasse. Il nostro Belpaese, in modo particolare, mi scoraggia. Le notizie che danno i giornali e le televisioni mi danno sempre più una sensazione di sconforto. E comunque ai giornali e, soprattutto, alle televisioni ho smesso di credere da tempo. Alcuni servizi giornalistici sono pura propaganda politica. La televisione non ce l’ho nemmeno più. I siti di controinformazione danno notizie da far accapponare la pelle, resoconti che ti aspetteresti di leggere su cronache medioevali, e non descrizioni di quanto avviene nel nostro bel Villaggio Globale. Chissà perchè si chiama contro-informazione poi. A volte ho l’impressione, o quantomeno la speranza, che la gente tutta insieme, potrebbe fare qualcosa. Ma francamente basta guardare gli indici di ascolto delle varie trasmissioni televisive per rendersi conto che non è così. Anzi, peggio: “gente” è un termine vuoto! Gli italiani non sono un “popolo”. Sono come tanti coinquilini trovatisi a vivere uno accanto all’altro, senza però sentirsi uniti da un qualche cosa. Provate a fare un giro per negozi, guardate cosa compra la “gente”. Alla “gente” si può vendere di tutto. Alla “gente” si può far credere di tutto. Alla “gente” si può far votare di tutto. Vince la pubblicità. Vince la televisione. Vince, soprattutto, chi controlla la televisione. Possiamo farci qualcosa? Rendersi conto di esser presi in giro, esserne consapevoli, è già fare qualcosa? Forse. Poco, in ogni caso. Quasi niente. Ma perché ci ostiniamo a considerarci una democrazia? Inizio a credere che questa “gente” non se la meriti nemmeno la democrazia. Ho letto tutta la Costituzione della Repubblica Italiana. E’ bella. Ma ormai la verità, o almeno la mia verità, è che l’Italia è sempre meno una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro e sempre più una Bieca Dittatura fondata sulla Televisione. E allora, come Giorgio Gaber, anche Io non mi sento italiano. Non sempre, però a volte è così. Ma visto che dicevo che non voglio essere disfattista, almeno non del tutto, sottoscrivo anche gli ultimi fiduciosi versi della sua canzone. E speriamo bene.

venerdì, ottobre 21, 2005

...e questa è dedicata a te

Io parlavo col Sole
Poi ho conosciuto il Mare
E le Foreste
E nel sorriso dei tuoi occhi la Vita
E l ‘ Amore
Sullo schiudersi delle tue labbra
Ha pochissimo spazio la tristezza
Accanto a me
Perché di tutto questo
Parlerò ancora col Sole



venerdì, ottobre 14, 2005

Sempre più fuori moda

La cercavo da un po’. Una bella borsa verdone stinto, fatta in quella tela robusta, modello prima guerra mondiale. L’ho trovata a Budapest, in quello che la guida dei miei compagni di viaggio definisce il più grande mercato delle pulci dell’Europa centrale. E non è piccolo infatti. Peccato solo che quel giorno parecchi mercanti avessero deciso di non esercitare. Tra quelli aperti però abbiamo girato parecchio. Ed alla fine l’ho trovata. Non è stato facile, perché, vedete, non è una normale borsa, in cui ognuno può mettere ciò che vuole. O meglio, originariamente non lo era. In effetti questa borsa è stata progettata, e verosimilmente anche tragicamente usata, per riporvi un oggetto specifico. Un oggetto triste, di quella tristezza inconfutabile che gli viene non solo dall’uso cui è destinata, ma finanche dalla sua brutta forma, bislunga e mascellona. Dicevo che non è stato facile. Già, perché il primo dei mercanti che la teneva in esposizione la vendeva solo corredata del suo funesto contenuto. Quando l’ho vista, l’ho aperta per vedere cosa vi fosse riposto, e non ho capito subito. Ho dovuto infilarvi una mano, afferrare l’oggetto e sfilarlo un poco. Sono bastati pochi centimetri per capire cosa contenesse la borsa che a me tanto piaceva: in mano avevo una maschera antigas! Completa di filtri di scorta e tubo flessibile. Tutto ordinatamente riposto negli spazi ricavati con una tela blu all’interno della borsa. E’ stato allora che ho chiesto se potevo acquistare solo la borsa, ma il ragazzo spettinato e dalla barba incolta con segni tanto meravigliati quanto inequivocabili mi ha fatto capire che i beni non erano separabili. L'ho trovata su un’altra bancarella. Anzi, è stata Ma a trovarmela. Ma non credo si sia accorta che era lo stesso modello di quella vista prima. L’ho presa, e non ho detto niente. L’ho spolverata con la mano, ho messo a posto i tanti laccetti, e vi ho riposto gli oggetti comprati in quella tiepida mattinata magiara: una vecchia borraccia dalla forma inusuale, un improbabile schiacciapatate in duralluminio, delle monete d’altri tempi e d’altri luoghi. Più la mia macchina fotografica. E me ne sono andato in giro così, soddisfatto del mercato, della borsa e del suo nuovo contenuto. Ora la borsa se ne sta sul tappeto di casa mia, vicino al mio zaino. Ed io la guardo. Voglio dire: se una borsa costruita per riporvi uno strumento usato per difendersi dalla barbaria di gas veleniferi ed assassini, può essere ora usata per girare il mondo portandosi appresso una macchina fotografica… bhè, mi fa piacere essere testimone di questo cambiamento. Credo che nel mondo ci siano ancore troppe maschere antigas e troppo poche macchine fotografiche, ma la speranza che nutro per un futuro migliore si alimenta anche di storie come questa. La storia di una borsa vecchia, stinta e fuori moda. Spero sempre più fuori moda.

mercoledì, ottobre 05, 2005

Gurda pure chi ti apre

l’ubriacona è sparita
non che sia proprio etilista
questo no
ma il vino le piace

il suo fiato lo confermava
niente di male, piace anche a me
e poi il suo lavoro lo sa fare
mi piaceva l’ubriacona
poi un giorno è sparita
con le chiavi di casa mia
forse si è sposata
alla sua età? buon per lei
comunque non s’è più vista
e lo stato della mia casa lo testimonia
ormai sono passati mesi
mai preoccupato per il fatto delle chiavi
mi fido dell’ubriacona
il fatto è che non ne ho più
e quelle che ho non è che funzionino troppo
decido di cambiare serratura
fabbro
vuole trecentocinquanta pallini
troppi
compro la serratura per centotrenta
la cambio io
aiutato da jova
il lavoro si rivela irto di ostacoli
milioni di viti dadi bulloni
ordiamo tutto per bene mano mano che smontiamo
tutto procede onestamente
la faccenda si complica quando arriviamo al cuore della serratura
bloccati
idea
foto e corsa dal ferramenta
consulenza fotocamera alla mano
spiegazioni
ce la posso fare
nel frattempo jova ha allestito un sugo paura
ricomincio
piano piano
con la paura di bloccarmi di nuovo
e dover chiamare il fabbro
ma alla fine la serratura funziona alla grande
solo che è al contrario
si apre girando in senso orario
e viceversa
l’ ho montata sottosopra
ma non c’è problema
jova invece ha rimontato il cosiddetto occhio magico
che è quel buchino che ti permette di vedere chi ti suona
giova è più bravo a fare il sugo
ma anche con le porte blindate non se la cava male
e comunque ho lasciato tutto così
beh… se ora ci vieni a trovare suona… e poi
gurda pure chi ti apre


martedì, ottobre 04, 2005

Certe notti...

... son proprio quel vizio
che non voglio smettere
smettere mai...!!!


lunedì, settembre 12, 2005

12 ore di goal

piddu: allora ci vai all’oktoberfest
jova: credo di si
piddu: ci sei mai stato
jova: no
piddu: è un disastro
jova: com’è
piddu: ci sei mai stato allo stadio
jova: a san siro si
piddu: hai presente quando fanno goal
jova: si tutti urlano
piddu: ecco l’ocktoberfest è così…. 12 ore di goal!

mercoledì, settembre 07, 2005

Compleanno

notturna
ore 4 am

servizio
proprio ora 32 anni fa stavo nascendo

"ragazza 24 anni malore aspetta sotto casa"
verde
fatica per alzarmi
maglietta infilata al contrario

girata
salgo
al mio posto davanti
occhi chiusi

arriviamo
piange
singhiozza
ha bevuto

troppo
e vomita da due ore
non vuole andare a casa
perché a casa è sempre sola
ed oggi


oggi è il suo compleanno

"anche il mio piccola,
anche il mio"
ma so che non ci crederà
non ci crede

"come ti chiami"
"come la città dove è nato Gesù"
"betlemme?"
"no betel, ana betel"
spagnola

in testa la bolla il rifiuto ricovero il letto
nel cuore il burro
"vieni"

abbraccio
verde san giuseppe

auguri, ana betel

lunedì, settembre 05, 2005

Qualcuno vorrebbe

come tutti sono in viaggio
tanti sanno dove stanno andando
tanti fanno finta di saperlo
tanti fanno finta di non saperlo
tanti non lo sanno e basta

io non lo so
però so come mi piace viaggiare
quindi viaggio e mi godo il viaggio
senza preoccuparmi molto della destinazione
però non sapere dove andare ogni tanto è angosciante
specie quando intorno a te tutti gli altri fanno parte delle prime due categorie
cioè sanno o fanno finta di sapere dove andare

sarebbe importante sapere dove si sta andando
cioè avere un obbiettivo nella vita
ma sarebbe peggio far finta di non sapere dove si va
per esempio chi si sposa e non ne è veramente convinto
o non ne è affatto
però lo fa lo stesso
ecco sta facendo finta di non sapere dove andrà a finire

ma è solo un esempio
il fatto è che tanti tendano ad essere ottimisti in certe cose
ed a pensare che il bello deve ancora venire
non che sia sbagliato
sarebbe tragico vivere pensando il contrario

ma non sempre è così

dunque per il momento mi accontento
non so dove vado
ma ne sono consapevole
ma non faccio finta di sapere o non sapere
inoltre c’è un’altra cosa
so dove non sto andando
dove non voglio proprio andare
e poi sapere come mi piace viaggiare è importante

qualcuno vorrebbe che io arrivassi da qualche parte
che magari non è esattamente dove vorrei arrivare io
però mi vuole bene e dice la sua
credo di volere tener presente queste cose
ma non farmene condizionare troppo
solo un po'
un po' si
forse vale la pena di farsi condizionare un po'
se vuoi bene a chi ti condiziona
non che lo faccia apposta o volontariamente
sono solo io a sentirmi condizionato da qualcuno
credo che anche questo è inevitabile
se non vuoi vivere come un'isola
come la dannata isola di ibiza di will in about a boy
se non sapete di cosa si tratta guardatevi il film

venerdì, settembre 02, 2005

Una vita non mi basta

troppe cose vanno viste capite provate godute
troppi posti vanno visitati vissuti
troppe persone vanno amate apprezzate conosciute
per starci tutte in una vita sola

in effetti credo di viverne già due di vite

quella vera
quella che mi sono scelto
quella che provo a scegliermi ogni giorno
dove faccio le cose che amo
dove guardo le cose che vanno viste capite eccetera eccetera
dove viaggio nei posti che vanno visitati
dove passo il tempo con la mia famiglia e i miei amici

quella di servizio
quella che mi è capitata
quella che mi succede tutti i giorni
dove faccio le cose che mi permettono di fare la vita vera
non perchè chiamo vera la prima vita questa è finta
è solo necessaria
in questa vita lavoro perchè mi servono i soldi
dormo perche non posso fare altrimenti
lavo stiro faccio benzina pago le bollette
insomma... avete capito

la vita che non mi basta è la prima
la vita vera
avrei più cose da metterci dentro
ma non ci stanno
perchè i giorni hanno ventiquattro ore e io ne vorrei cinquanta
cerco di stringere i tempi sulla vita di servizio
non lavorando troppo
non dormendo troppo (a volte troppo poco)
non preoccupandomi troppo se la casa non è perfetta

così è
il tempo non mi basta
ma non me ne preoccupo più di tanto
arrivo dove arrivo
dove devo arrivare
dove ci tengo di più ad arrivare
qualcosa resta indietro
qualcuno resta indietro
ne sono dispiaciuto ma è inevitabile

però è chiaro che se avessi più tempo resterebbe indietro meno
forse niente
e sarei più felice

voglio però dire una cosa
c'è chi vive solo una vita
una vita vissuta per non perderla
perchè ha fame
perchè ha guerra
e perchè non ha tante altre cose
vive una vita che non è ne vera ne di servizio
è solo dura
e paurosa

avrei anche altre cose da dire

lunedì, luglio 18, 2005

Il vero calciatore

Al vero calciatore mancano sempre le partite di pallone. Anche quando ha smesso da quindici anni. Ha sempre voglia di tornare a correre, sbuffare, protestare, mettercela tutta. Di contrastare, picchiare duro, urlare, dare una mano. Nel suo stomaco sente sempre il brivido del dribbing, del tiro in porta e del grido che fa esplodere la gioia del goal. Il vero calciatore si diverte sempre come quando aveva sei anni e giocava nel corridoio della scuola elementare con i banchi come porte e la palla di carta avvolta in montagne di nastro adesivo. Anche se sta giocando la finale della Coppa del Mondo. Ma francamente i veri calciatori assai raramente arrivano a giocare simili partite. Piuttosto le mega-sfide nel cortilaccio sotto casa. Campo rigorosamente d’asfalto truce, pali della porta in corrispondenza delle porte delle cantine, box a destra e magazzini a sinistra a delimitare il teorico fallo laterale. E si, teorico, perchè in pratica il fuori non esiste: nei veri campi di pallone la palla è sempre in gioco. E per finire, sul vero campo di calcio, obbligatoriamente, deve esserci una serie di tombini in mezzo alle palle! Solo questo è un vero campo di calcio, quello dove impari a giocare per davvero, quello dove ti innamori del pallone! A giocare da subito sull’erbetta non si diventa calciatori, ma damerini. E quando un ragazzino si diverte su un campo del genere, allora si può essere certi che sarà un calciatore! Un vero calciatore. Non necessariamente uno forte nel gioco del calcio, cosa centra? Quello che voglio dire è che un tipo così sarà calciatore dentro. Fa niente se poi da grande farà l’autista dell’ATM, il ragioniere, il manager o l’operaio: quella non sarà altro che la sua professione, ma in fondo al suo cuore, lui sarà un calciatore. Calciatore non è un lavoro, è uno stato d'animo. Non si fà il calciatore, si è calciatore. Così che nessuno dovrebbe dire, per esempio, quel panettiere se la cavicchia a giocare a pallone, bensì quel calciatore è un fenomeno a fare il pane!
Con buona pace di Vieri, Giardino, Sheva o Ronaldo… umili impiegati del goal!

giovedì, giugno 23, 2005

Il significato delle canzoni

Tante volte mi sono soffermato a riflettere sul significato del testo di qualche canzone. Cosa voleva comunicare l'autore? Ci è riuscito? Mi ritrovo nel testo della sua canzone? Ho sempre ammirato chi ha la capacità di scrivere una canzone che riesca ad esprimere ed a trasmettere delle sensazioni. In particolare sono arrivato alla conclusione che non è tanto importante capire il significato che l'autore intendeva riversare nelle sue parole, quanto trovare un significato proprio. Che potrebbe essere lo stesso dell'autore, ma anche un'altro. Intendo dire: un testo potrebbe essere interpretato diversamente da persone con diversi caratteri o con diverse esperienze. Oppure un testo potrebbe essere interpretato in maniera differente da una stessa persona ma in diversi momenti, a seconda dello stato d'animo partocolare in cui si trova questa persona. E questa cosa la trovo molto bella.
La morale che ricavo da questi ragionamenti è: trovo che una canzone sia una bella canzone quando ti permette di provare delle sensazioni, indipendentemente da che sensazioni sono, ed indipendentemente dal pensiero dell'autore.

E poi ti dicono
Tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera
Ma è solo un modo per convincerti
a restare chiuso dentro casa quando viene la sera
da "La storia" di Francesco De Gregori

Questa canzone è bellissima, dà i brividi. In questo passaggio non so cosa volesse dire De Gregori, ma a me fa venire in mente tutte le persone che giustificano i propri errori dicendo che sono errori che fanno tutti. Oppure chi ti dice di non preoccuparti per un errore che hai fatto, e te lo dice solo perchè è un errore che fa anche lui. E cercando di assolvere te si auto-assolve anche lui. Con il risultato che quando viene la sera, cioè quando sei di fronte ad un problema, fai finta di niente e resti chiuso dentro casa. Invece di uscire, rimboccarti le maniche e fare del tuo meglio per corregere l'errore che hai fatto. Per migliorare questo oggi, che domani diventerà la storia. A voi fa pensare qualcosa di diverso?

giovedì, giugno 16, 2005

Questa sera aiuto lei

Sono sempre venuto qui, fin da quando ero bambino. Seduto per terra, appoggiato al muro, osservo lo specchio dacqua in cui il Naviglio Grande ed il Naviglio Pavese si incontrano. La Darsena: scenografia ideale per mille situazioni, per le tante rappresentazioni degli inconsapevoli attori che da sempre ne animano le rive. I pescatori che si ostinano a gettare le loro lenze in queste acque. I bimbi che non si stancano mai di tirare il pane alle oche. Gli adolescenti che vengono a scambiarsi i primi baci vergognosi. I pittoreschi mercanti che al sabato danno vita alla consueta fiera. Mi piace di notte. Quando nella quiete posso rivedere tutte queste scene. La Darsena mi affascina, e mi fa sentire a mio agio. Stanotte però l'atmosfera è diversa. Irreale. Sarà la nebbia che si alza dalle acque stranamente immobili. O l'insolito colore della luce della Luna, che filtra attraverso le nuvole che si rincorrono. O il silenzio, che raramente è di questa portata a Milano. Mi sento un po' strano, come ipnotizzato. Mi rendo improvvisamente conto che è molto tempo che sono qui seduto. Sono sudato. Più in la vedo un uomo in piedi sull'argine. Guarda l'acqua e fuma. Provo ad alzarmi ma non ci riesco. Mi pare di avere un macigno sul petto. Il tipo si volta e mi osserva un po', poi getta la sigaretta e lentamente inizia a venire verso di me. Cammina, ma i suoi passi non fanno alcun rumore. Ho l'impressione che le nubi in cielo si siano fermate. Non capisco cosa succede, mi sento oppresso. Il cielo pare volermi schiacciare ed un'ansia infinita mi pervade. Vorrei asciugarmi il sudore, ma le braccia mi pesano. Non posso muoverle. L'ansia si trasforma in paura e la paura in terrore. L'uomo che fumava mi ha raggiunto ed è in piedi vicino a me. Non sembra accorgersi del mio panico. Ha un aspetto serio ma vagamente familiare. Quasi rassicurante. Resto stupito sentendo il tono della mia voce che gli chiede aiuto. Mi porge una mano, e senza alcuna difficoltà l'afferro e mi alzo. Una volta in piedi mi sento subito meglio. Stringendo la mano dell'uomo ho percepito come un sollievo, che si è propagato al braccio ed a tutto il corpo. Mi sento leggero, rilassato. Sorrido pensando alla paura che stavo provando, senza nemmeno riuscire a ricordare cosa mi stesse spaventando. Grazie per l'aiuto dico all'uomo, finalmente con la mia solita voce decisa. "Di niente, sono qui apposta. Questo è il mio lavoro" mi risponde. Incuriosito domando "Quale lavoro?". "Io aiuto le persone a sollevarsi da questa terra. Non sempre è facile come per lei". Si accende un'altra sigaretta e mi sorride. Ha un'aria simpatica. Sorrido anch'io, mostrando però di non aver colto la battuta. Riprende "Mai nessuno capisce al volo chi sono. Comunque questa sera aiuto lei". Lo scherzo mi diverte, mi viene quasi da ridere. L'aria ora è più fresca, ed il silenzio è rotto dai consueti rumori della notte. Sento voci di ragazzi che si avvicinano. "Ma lei scherza sempre così con gli sconosciuti?". D'un tratto le voci dei ragazzi si fanno concitate "Ci vuole un dottore". Mi giro e vedo me stesso riverso nel punto in cui ero seduto. I ragazzi mi scuotono. Smarrito guardo di nuovo l'uomo. "Andiamo, è ora di andare" mi dice. Lo seguo, senza nemmeno dover camminare. Mi volto ancora, incredulo. Vedo persone che corrono. E le luci di un'ambulanza. La Darsena si anima per offrirmi un'altra delle sue rappresentazioni. L'ultima.