venerdì, novembre 11, 2005

La bicicletta a colori

Raccontandovi di mio nonno Emilio ho accennato alla bicicletta a colori. La storia di questa bicicletta inizia tanto tempo fa, ed ormai non si distingue più molto bene la fine della storia e l'inizio della leggenda. Ad ogni modo i fatti andarono circa cosi.

Mio nonno Emilio aveva una bicicletta. Era vecchia, ne sono certo, ma la ricordo sempre luccicante. Non pulita, di più. Accudita, direi. Mio nonno l’adorava, ed a lei riservava un sacco di attenzioni. Non la prestava mai a nessuno, anche se è successo che qualcuno la prendesse senza farglielo sapere. Ed è un bene che non lo abbia mai saputo. Era una bici azzurra, non ricordo la marca. Sul manubrio installava un seggiolino per bambini, modello anni venti. Non una di quelle patetiche poltroncine in plasticaccia che vedo in giro ora, con protezioni e cinture di sicurezza ovunque, completamente prive di poesia. Era un semplice cilindretto in simil-pelle, su cui il nipotino di turno veniva fatto accomodare. I piedi dei piccoli passeggeri venivano appoggiati su degli esili supporti metallici, spaventosamente vicini alla ruota anteriore: in diversi abbiamo assaggiato il morso dei suoi raggi. Aveva un campanello che suonava benissimo e che veniva utilizzato con generosità, sia dal conducente che dai passeggeri. E poi pesava almeno trenta chili. Una vera bicicletta insomma, non un di quei trespoli in lega carbonio-titanio anodizzato che non raggiunge i settecentocinquanta grammi. Robaccia per ominuncoli in calzamaglia, quella. Qui stiamo parlando di un mezzo di trasporto eccezionale, robusto ed efficiente, massima qualità: il top del top. Ma non ostante tutto ciò, mia nonna non fu mai una fans di quel pezzo di gloria. Un po’ per la paura che i nipoti si facessero male, un po’ per le esagerate cure che ad essa venivano riservate. Mia nonna prendeva anche un pelo in giro mio nonno per questa smodata passione. Insomma questa bici qualche dissapore lo procurava. La tensione crebbe quando mio nonno installò il “salva-gonna”. Non conosco il nome tecnico, ma in sostanza sono dei fili che si installano sulle biciclette da donna, dal mozzo della ruota posteriore al parafango della stessa: servivano per evitare che le gonne delle signore si infilassero tra i raggi, provocando rovinose cadute, distruzione di gonne e scene di madame in mutandoni in giro per la strada. Non so se esistono ancora, ormai le donne non le usano più le gonne per andare in bici. Comunque, il “salva-gonna” scelto da mio nonno, oltre che estremamente fuori luogo, non era propriamente sobrio, bensì tremendamente multicolor. Ogni filo era diverso dall’altro, e l’insieme comprendeva tutti i colori dell’iride. Mia nonna scatenò una pesante offensiva su questo fronte, col fine di far rendere conto a tutti noi di quanto lei avesse ragione a considerare il nonno quantomeno esagerato. La situazione sarebbe potuta precipitare, erano giorni di fuoco. Per cercare di riportare mio nonno alla ragione e stemperare gli animi, non ricordo più chi, si prese la briga di far rispettosamente notare a mio nonno che i fili fossero inutili ed anche un pelo pacchiani. La crisi era al culmine, e la paura che il conflitto si allargasse cresceva. In famiglia già si andavano delineando i due schieramenti. La possibilità che lo scontro si ampliasse su vasta scala fu improvvisamente scongiurato proprio da mio nonno. Non che rimosse l’originale e vivace “salva-gonna”, non cedette di un millimetro, sia chiaro. Ma come sempre, ne venne fuori con eleganza e classe senza pari. La sua risposta alle obiezioni che gli venivano ormai da più parti sollevate fu lapidaria, inconfutabile, scoraggiante e talmente definitiva da non ammettere repliche. Ancora oggi mi chiedo come sarebbe finita se non ci avesse pensato. Senza scomporsi minimamente, sentenziò che poiché tutti noi avevamo la televisione a colori, lui aveva tutto il diritto di possedere una bicicletta a colori… La notizia rimbalzò in tutti gli avamposti ed a tutti parve più che ragionevole. Solo mia nonna ebbe ancora qualcosa da borbottare, ma ormai era da sola. La situazione tornò alla calma nel giro di pochi minuti. La crisi svanì come una bolla di sapone. Dopo un quarto d’ora mio nonno era di nuovo in sella, più sgargiante che mai. Pedalò via bello come il sole, chiaramente col manubrio occupato da un nipotino felice.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Aspettavo con ansia questo post!
E la mia curiosità è stata totalmente appagata!!!!
CAPOLAVORO!!!!
La tua descrizione è meravigliosa.
E tuo nonno un idolo.
Ma questo già lo avevo intuito.
Bacio

Anonimo ha detto...

I ricordi che rimangono a lungo hanno spesso a che fare con i nonni. Il rapporto che si ha con loro è speciale, per quanto mi riguarda mia nonna si spacca in quattro per offrirmi tutto il possibile ed anche di più.
Ancora oggi piango se ci penso ma lo voglio raccontare.
I miei nonni non se la passavano bene quando ero piccolo, davano quel poco che risparmiavano a mia mamma che viveva da sola con me, io passavo le estati da loro e un giorno mi misi a fare i capricci perchè volevo una macchinina a pedali. Non sapevo cosa significasse per loro, non potevo capire il loro dramma nel non poter accontentare questo desiderio...Beh, un giorno mia nonna tornò a casa con una macchinina a pedali, bruttina devo dire, ma era tutto quello che poteva offrirmi a quel tempo. A volte non è immediatamente evidente quanto le persone pensano a te e quanto tengono a te, ma prima o poi arriva un gesto, un segno che te lo fa capire. E devi coglierlo, e devi essere grato, e devi restituire l'amore che ti viene dato.

Janluu ha detto...

Bella la tua storia, e certamente bella la tua nonna...