Tornai che qui l’estate non era ancora cominciata. Tornai, ma un pezzetto di me rimase là. Quel pezzetto di me non tornò più. Non pensate che un giorno andrò là per riprenderlo. Credo sia giusto lasciare un po' di noi là dove si è stati bene. Ed anche portarsi via da quel luogo qualcosa che prima non si aveva. Lascerò là il pezzetto di me che non tornò, visto che io stesso portai via dal Messico tante cose. Ho qui con me una solitaria alba sul Mar Caribe, con i versi di centinaia di uccelli che salutarono quel nuovo sole. Rubai l’immagine di una barca di pescatori rovesciata sulla sabbia. Il sorriso di una bimba in un ristorante in riva al mare. Non potei fare a meno di tenermi i molteplici colori del Chapas. Il verde delle sue montagne, l’azzurro delle sue cascate. Il blu, il rosso, il giallo, il viola dei mercati di San Cristobal de las Casas. Mi rimase addosso l’odore intenso del fumo delle migliaia di candele accese dagli indios nella chiesa di San Juan Chamula. Ma portai con me anche l’immagine dei bimbi che lustrano le scarpe, che lavorano per la strada, che giocano nudi nel fango. ‘Esta Usted en territorio zapatista. Aquí manda el pueblo y el gobierno obedece’. Portai con me anche questa frase, letta su un cartello lungo la Carretera Lacandona, nel Chapas profondo del sub-comandante Marcos. Ho qui con me, dentro le mie orecchie, il rombo dell’oceano Pacifico che si infranse sulle buie spiagge di Zipolite, in una calda notte in cui bevetti birra tiepida invece di dormire. La mia schiena si tenne il dolore donato dai duri sedili dei lunghi trasferimenti notturni: avrei preferito li lasciasse su quei fatiscenti pulman di seconda e terza classe. Ritenni di non lasciare laggiù i visi dei ragazzi incontrati negli ostelli di Oaxaca. E me li portai a casa. Insieme all’abbraccio di un gigante di Liverpool urlante di gioia dopo che la più incredibile finale della storia del calcio era appena finita. E di certo terrò sempre con me l’emozione dell’applauso che riempì il locale quando ci abbracciammo tra noi con i quattro occhi bagnati: due dalla gioia e due dalla delusione. Come avrei potuto lasciare là queste cose? Serbo la frescura del Rio Usumacinta, ignaro confine tra Messico e Guatemala, in cui ci buttammo per sfuggire all'asfissiante calura della giungla. Nel fondo dei miei occhi custodisco la frontiera guatemalteca di Betel, la scritta migracion di una baracca inverosimile, la gentilezza di un funzionario che non ti aspetti. Mi tenni le risate dei dieci funamboli della compagnia di Roberto, durante la fiesta che scattò spontanea al loro rientro nel magazzino che ci ospitò per un paio di notti: il ‘cucidril’. Dormimmo tra trampoli, biciclette da una ruota sola, palle, birilli, cappelli e indumenti di ogni foggia, parrucche, attrezzi di ogni sorta ed una collezione di occhiali di scena da far impallidire Elton John. La mia bocca custodisce il sapore delle tortillas gustate per strada, del mezzo pollo sbranato all'ombra del carretto di una famiglia di Tulum, delle salatissime ‘chapulines’, le inquietanti cavallette fritte e tostate, assaggiate per sfida, non certo per fame. Conservo il ricordo delle ore notturne che spesi a parlare con Oscar e con i suoi ospiti: un americano di Buffalo ed un ragazzo di Taiwan ‘che si rivelò poi di Boston’. Riportai i visi delle persone incontrate. I suoni delle loro voci. Il colore della loro pelle. Tutte queste sono le cose che portai via da quel luogo. Ed altre ancora. La mia casa è piccola, ma per queste cose ho parecchio posto. Misi tutto nel mio zaino e passai la dogana senza dichiarare nulla. In cambio volli lasciare un po’ di sorrisi, un po’ di risate, un po’ di amicizia, un po’ di solidarietà, un po’ di fratellanza, un po’ di disagio, un po’ di tante altre cose. Misi tutto in un pezzetto del mio cuore, e senza farmi vedere da nessuno, lo lasciai volare via. Poi salii sull’aereo e tornai a casa. Ma non del tutto.giovedì, gennaio 12, 2006
Tornai dal Messico, ma non del tutto.
Tornai che qui l’estate non era ancora cominciata. Tornai, ma un pezzetto di me rimase là. Quel pezzetto di me non tornò più. Non pensate che un giorno andrò là per riprenderlo. Credo sia giusto lasciare un po' di noi là dove si è stati bene. Ed anche portarsi via da quel luogo qualcosa che prima non si aveva. Lascerò là il pezzetto di me che non tornò, visto che io stesso portai via dal Messico tante cose. Ho qui con me una solitaria alba sul Mar Caribe, con i versi di centinaia di uccelli che salutarono quel nuovo sole. Rubai l’immagine di una barca di pescatori rovesciata sulla sabbia. Il sorriso di una bimba in un ristorante in riva al mare. Non potei fare a meno di tenermi i molteplici colori del Chapas. Il verde delle sue montagne, l’azzurro delle sue cascate. Il blu, il rosso, il giallo, il viola dei mercati di San Cristobal de las Casas. Mi rimase addosso l’odore intenso del fumo delle migliaia di candele accese dagli indios nella chiesa di San Juan Chamula. Ma portai con me anche l’immagine dei bimbi che lustrano le scarpe, che lavorano per la strada, che giocano nudi nel fango. ‘Esta Usted en territorio zapatista. Aquí manda el pueblo y el gobierno obedece’. Portai con me anche questa frase, letta su un cartello lungo la Carretera Lacandona, nel Chapas profondo del sub-comandante Marcos. Ho qui con me, dentro le mie orecchie, il rombo dell’oceano Pacifico che si infranse sulle buie spiagge di Zipolite, in una calda notte in cui bevetti birra tiepida invece di dormire. La mia schiena si tenne il dolore donato dai duri sedili dei lunghi trasferimenti notturni: avrei preferito li lasciasse su quei fatiscenti pulman di seconda e terza classe. Ritenni di non lasciare laggiù i visi dei ragazzi incontrati negli ostelli di Oaxaca. E me li portai a casa. Insieme all’abbraccio di un gigante di Liverpool urlante di gioia dopo che la più incredibile finale della storia del calcio era appena finita. E di certo terrò sempre con me l’emozione dell’applauso che riempì il locale quando ci abbracciammo tra noi con i quattro occhi bagnati: due dalla gioia e due dalla delusione. Come avrei potuto lasciare là queste cose? Serbo la frescura del Rio Usumacinta, ignaro confine tra Messico e Guatemala, in cui ci buttammo per sfuggire all'asfissiante calura della giungla. Nel fondo dei miei occhi custodisco la frontiera guatemalteca di Betel, la scritta migracion di una baracca inverosimile, la gentilezza di un funzionario che non ti aspetti. Mi tenni le risate dei dieci funamboli della compagnia di Roberto, durante la fiesta che scattò spontanea al loro rientro nel magazzino che ci ospitò per un paio di notti: il ‘cucidril’. Dormimmo tra trampoli, biciclette da una ruota sola, palle, birilli, cappelli e indumenti di ogni foggia, parrucche, attrezzi di ogni sorta ed una collezione di occhiali di scena da far impallidire Elton John. La mia bocca custodisce il sapore delle tortillas gustate per strada, del mezzo pollo sbranato all'ombra del carretto di una famiglia di Tulum, delle salatissime ‘chapulines’, le inquietanti cavallette fritte e tostate, assaggiate per sfida, non certo per fame. Conservo il ricordo delle ore notturne che spesi a parlare con Oscar e con i suoi ospiti: un americano di Buffalo ed un ragazzo di Taiwan ‘che si rivelò poi di Boston’. Riportai i visi delle persone incontrate. I suoni delle loro voci. Il colore della loro pelle. Tutte queste sono le cose che portai via da quel luogo. Ed altre ancora. La mia casa è piccola, ma per queste cose ho parecchio posto. Misi tutto nel mio zaino e passai la dogana senza dichiarare nulla. In cambio volli lasciare un po’ di sorrisi, un po’ di risate, un po’ di amicizia, un po’ di solidarietà, un po’ di fratellanza, un po’ di disagio, un po’ di tante altre cose. Misi tutto in un pezzetto del mio cuore, e senza farmi vedere da nessuno, lo lasciai volare via. Poi salii sull’aereo e tornai a casa. Ma non del tutto.
Pubblicato da
Janluu
alle
18:08
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
2 commenti:
complimenti.post che lascia senza parole.
se però li rileggessimo 'sti post prima di pubblicarli....
;0)
Sensibile come sempre, e come sempre riesci perfettamente a trasmettere le tue emozioni
Posta un commento