venerdì, novembre 25, 2005

Citazioni

Ieri, tornando a casa in moto, mentre morivo dal freddo, non so perché mi è tornata in menta l’ultima famosa rivelazione del portatore nano di democrazia. Ultima di una lunga serie di... nefandezze. Mi sono messo a ridere dentro il casco come un pazzo. Poi me ne sono venute in mente altre due, di personaggi altrettanto famosi e secondo me accostabili, per un motivo o per un altro, alla prima. E sono letteralmente morto dal ridere. Da solo, come un cretino.

“La guerra in Iraq non la volevo, ho tentato di convincere Bush”
Silvio Berlusconi

“Io non sono cattiva... è che mi disegnano così”
Jessica Rabbit

“Oh, oh… mi è semblato di vedele un gatto!”
Titti

Ed alla fine mi sono figurato la scena del nano che cerca di convincere il criminale. Non vi ricorda il Grillo Parlante che dice a Pinocchio di non andare nel Paese dei Balocchi? Di poco sbandavo, mentre nelle orecchie arrivava fortissimo, amplificato dall’effetto casco, il rumore delle mie risa.

venerdì, novembre 11, 2005

La bicicletta a colori

Raccontandovi di mio nonno Emilio ho accennato alla bicicletta a colori. La storia di questa bicicletta inizia tanto tempo fa, ed ormai non si distingue più molto bene la fine della storia e l'inizio della leggenda. Ad ogni modo i fatti andarono circa cosi.

Mio nonno Emilio aveva una bicicletta. Era vecchia, ne sono certo, ma la ricordo sempre luccicante. Non pulita, di più. Accudita, direi. Mio nonno l’adorava, ed a lei riservava un sacco di attenzioni. Non la prestava mai a nessuno, anche se è successo che qualcuno la prendesse senza farglielo sapere. Ed è un bene che non lo abbia mai saputo. Era una bici azzurra, non ricordo la marca. Sul manubrio installava un seggiolino per bambini, modello anni venti. Non una di quelle patetiche poltroncine in plasticaccia che vedo in giro ora, con protezioni e cinture di sicurezza ovunque, completamente prive di poesia. Era un semplice cilindretto in simil-pelle, su cui il nipotino di turno veniva fatto accomodare. I piedi dei piccoli passeggeri venivano appoggiati su degli esili supporti metallici, spaventosamente vicini alla ruota anteriore: in diversi abbiamo assaggiato il morso dei suoi raggi. Aveva un campanello che suonava benissimo e che veniva utilizzato con generosità, sia dal conducente che dai passeggeri. E poi pesava almeno trenta chili. Una vera bicicletta insomma, non un di quei trespoli in lega carbonio-titanio anodizzato che non raggiunge i settecentocinquanta grammi. Robaccia per ominuncoli in calzamaglia, quella. Qui stiamo parlando di un mezzo di trasporto eccezionale, robusto ed efficiente, massima qualità: il top del top. Ma non ostante tutto ciò, mia nonna non fu mai una fans di quel pezzo di gloria. Un po’ per la paura che i nipoti si facessero male, un po’ per le esagerate cure che ad essa venivano riservate. Mia nonna prendeva anche un pelo in giro mio nonno per questa smodata passione. Insomma questa bici qualche dissapore lo procurava. La tensione crebbe quando mio nonno installò il “salva-gonna”. Non conosco il nome tecnico, ma in sostanza sono dei fili che si installano sulle biciclette da donna, dal mozzo della ruota posteriore al parafango della stessa: servivano per evitare che le gonne delle signore si infilassero tra i raggi, provocando rovinose cadute, distruzione di gonne e scene di madame in mutandoni in giro per la strada. Non so se esistono ancora, ormai le donne non le usano più le gonne per andare in bici. Comunque, il “salva-gonna” scelto da mio nonno, oltre che estremamente fuori luogo, non era propriamente sobrio, bensì tremendamente multicolor. Ogni filo era diverso dall’altro, e l’insieme comprendeva tutti i colori dell’iride. Mia nonna scatenò una pesante offensiva su questo fronte, col fine di far rendere conto a tutti noi di quanto lei avesse ragione a considerare il nonno quantomeno esagerato. La situazione sarebbe potuta precipitare, erano giorni di fuoco. Per cercare di riportare mio nonno alla ragione e stemperare gli animi, non ricordo più chi, si prese la briga di far rispettosamente notare a mio nonno che i fili fossero inutili ed anche un pelo pacchiani. La crisi era al culmine, e la paura che il conflitto si allargasse cresceva. In famiglia già si andavano delineando i due schieramenti. La possibilità che lo scontro si ampliasse su vasta scala fu improvvisamente scongiurato proprio da mio nonno. Non che rimosse l’originale e vivace “salva-gonna”, non cedette di un millimetro, sia chiaro. Ma come sempre, ne venne fuori con eleganza e classe senza pari. La sua risposta alle obiezioni che gli venivano ormai da più parti sollevate fu lapidaria, inconfutabile, scoraggiante e talmente definitiva da non ammettere repliche. Ancora oggi mi chiedo come sarebbe finita se non ci avesse pensato. Senza scomporsi minimamente, sentenziò che poiché tutti noi avevamo la televisione a colori, lui aveva tutto il diritto di possedere una bicicletta a colori… La notizia rimbalzò in tutti gli avamposti ed a tutti parve più che ragionevole. Solo mia nonna ebbe ancora qualcosa da borbottare, ma ormai era da sola. La situazione tornò alla calma nel giro di pochi minuti. La crisi svanì come una bolla di sapone. Dopo un quarto d’ora mio nonno era di nuovo in sella, più sgargiante che mai. Pedalò via bello come il sole, chiaramente col manubrio occupato da un nipotino felice.

martedì, novembre 08, 2005

Una strana veglia

Mio nonno era lo zio di tutti. Zì Mimì. E’ così che tutti lo chiamavano, è con quel nome che tutti lo conoscevano. E’ morto oggi, dieci anni fa. Ricordo il funerale di mio nonno. Era stracolmo di gente, e la processione dalla Piazza al Camposanto sembrava quella del sei agosto, quella di San Donato. Essendo Novembre in paese non c’era molta gente. Erano tornati in tanti apposta per salutare mio nonno. In fondo era lo zio di tutti, e dunque quel giorno tanti nipoti erano li. Il fatto è che mio nonno era proprio simpatico. Era una di quelle persone che quando le guardi ti ispirano fiducia, ti mettono buon umore. Mi nonno è morto in una clinica di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara. Quando siamo arrivati da Milano siamo andati direttamente là, senza passare da casa. E naturalmente vi abbiamo trovato tutti gli altri parenti. Immaginate la scena. Tutti che si abbracciano senza nemmeno parlarsi. Tutti con gli occhi lucidi, qualche cugina e qualche zia che piange. Qualcuno muto guarda la bara. La mia mamma era disperata. Io sono andato a guardare mio nonno: vi giuro che aveva la solita faccia serena. E poi era bello. Elegante come piaceva a lui. Si perché mio nonno era molto attento alla sua immagine: era figlio dei nostri tempi, oltre che dei suoi. Mi pare di ricordare che fui io a dire di appuntargli sulla giacca la sua adorata spilla d’oro di Grande Invalido del Lavoro, guadagnatasi scavando gallerie in giro per l’Italia degli anni trenta quaranta e cinquanta. Ne era davvero orgoglioso. La lucidava di continuo, sfregandola sui pantaloni. Tanto da rovinarli. Ora la vorrei avere io quella spilla, quasi mi pento di non averla chiesta per me. Ma non fa niente, va bene così. Torniamo a quel Novembre di dieci anni fa. L’ambiente era più che triste. Non so come dire, ma per me, ed anche per i miei cugini, era quasi angosciante vedere i nostri zii e genitori piangere tutti insieme. Niente di melodrammatico, in ogni caso. Solo un’immensa tristezza. Poi è successo una cosa strana, che ricorderò per tutta la vita. Io ero appoggiato coi gomiti sulla bara aperta, e guardavo mio nonno. Non pensavo a niente di particolare. Lo guardavo e basta. Poi anche mio cugino è venuto li, e con i gomiti appoggiati anche lui ha iniziato a ricordare alcune delle cose che faceva o diceva nostro nonno. E molte erano proprio divertenti. Ad uno ad uno anche altri cugini e cugine e le nostre sorelle sono venuti a chiacchierare con noi di queste cose. Tutti appoggiati alla bara. Badate, appoggiati, non intorno o vicino. Eravamo quasi dentro anche noi con le nostre teste. E sempre parlando di quello che aveva fatto o detto il nonno in certe circostanze, si è creata un’atmosfera più serena. Perché mio nonno di cose buffe e divertenti, ne aveva fatte e dette un bel po’. Sulla sua trasferta in Abissina, allora colonia del Regno, oggi Etiopia. Sul lavoro in giro per l’Italia, vivendo in baracche di emigranti insieme a tanti paesani. Sulla guerra, in Grecia. Sulla prigionia, in Germania. E sulla pace al suo ritorno. Alla fine del suo lungo viaggio eravamo li, quasi tutti i suoi nipoti, che ricordavano il loro nonno nella maniera che credo lui avrebbe apprezzato di più. A furia di ricordare aneddoti alla fine stavamo proprio ridendo, tanto che pensai “ora ci sgridano, che razza di veglia è questa?”. In effetti non so se fosse proprio una veglia, forse era solo un saluto. Ad ogni modo nessuno ci sgridò. Anzi, mia madre, tempo dopo, mi disse che era stato bello vederci tutti lì, intorno al nonno. E’ che gli volevamo un gran bene, come lui ne voleva a noi. Ognuno di noi è stato scarrozzato varie volte sulla sua bicicletta: la bicicletta a colori, come la chiamava lui. Ma questa è un’altra storia. Quello che voglio dire ora è che per me lui era speciale. Per me era di più, era il numero uno. Per me era un eroe. Per tutti era Zì Mimì, ma per me era Nonno Emilio.