venerdì, gennaio 20, 2006

Non il freddo non la nebbia non il grigio

Oggi, poco dopo le otto. Tangenziale. In moto percorro i chilometri che mi porteranno in ufficio. Del sole che ho visto appena uscito di casa qui non c’è traccia. A nasconderlo, inaspettata, ho trovato la nebbia. Ed è anche abbastanza fitta. Le sagome delle macchine compaiono quando sono ormai parecchio vicine. Intravedo prima le fioche lucine rosse, poi l’incerto profilo, e solo quando mi accingo ormai a passarle, ne distinguo il colore. Per il resto è tutto grigio. Fa freddo. Il termometro sul cruscotto arriva a segnare meno sei gradi. Erano parecchi giorni che non si spingeva tanto in basso. Le caviglie, esposte all’inesorabile soffio dell’aria, mi fanno male. E le punte delle dita delle mani, nonostante i guanti ed i sottoguanti, non le sento più da diversi minuti. Proseguo sulla corsia di emergenza, e sulla sinistra vedo sfilare la lunga colonna di tir che procedono stanchi verso chissà dove. Il mio respiro appanna la visiera del casco, ed ogni tanto sono costretto ad alzarla per poter vedere qualcosa. Nei pochi istanti che occorrono al vento per renderla nuovamente trasparente, le folate mi sferzano il volto. A meno sei gradi di temperatura l’aria che ti colpisce ad ottanta chilometri orari è come un morso. Ti toglie il fiato. Eppure, in fondo, mi piace. Sto bene e sono contento. Né il freddo, né la nebbia, né il traffico, né il grigio mi possono distogliere dal pensiero che ormai da due giorni mi martella la zucca. Dietro alla sciarpa, sotto il bavero alzato del giubbotto, sorrido. E penso che, anche se è ormai deciso, non ci credo ancora.

Katmandu. Treking campo base Everest. Nepal. Sette Ventiquattro Aprile Duemilasei. Difficile, ora, è l’attesa.
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L'Everest visto dal campo base del versante Nepalese a 5.300 m

giovedì, gennaio 12, 2006

Tornai dal Messico, ma non del tutto.

Tornai che qui l’estate non era ancora cominciata. Tornai, ma un pezzetto di me rimase là. Quel pezzetto di me non tornò più. Non pensate che un giorno andrò là per riprenderlo. Credo sia giusto lasciare un po' di noi là dove si è stati bene. Ed anche portarsi via da quel luogo qualcosa che prima non si aveva. Lascerò là il pezzetto di me che non tornò, visto che io stesso portai via dal Messico tante cose. Ho qui con me una solitaria alba sul Mar Caribe, con i versi di centinaia di uccelli che salutarono quel nuovo sole. Rubai l’immagine di una barca di pescatori rovesciata sulla sabbia. Il sorriso di una bimba in un ristorante in riva al mare. Non potei fare a meno di tenermi i molteplici colori del Chapas. Il verde delle sue montagne, l’azzurro delle sue cascate. Il blu, il rosso, il giallo, il viola dei mercati di San Cristobal de las Casas. Mi rimase addosso l’odore intenso del fumo delle migliaia di candele accese dagli indios nella chiesa di San Juan Chamula. Ma portai con me anche l’immagine dei bimbi che lustrano le scarpe, che lavorano per la strada, che giocano nudi nel fango. ‘Esta Usted en territorio zapatista. Aquí manda el pueblo y el gobierno obedece’. Portai con me anche questa frase, letta su un cartello lungo la Carretera Lacandona, nel Chapas profondo del sub-comandante Marcos. Ho qui con me, dentro le mie orecchie, il rombo dell’oceano Pacifico che si infranse sulle buie spiagge di Zipolite, in una calda notte in cui bevetti birra tiepida invece di dormire. La mia schiena si tenne il dolore donato dai duri sedili dei lunghi trasferimenti notturni: avrei preferito li lasciasse su quei fatiscenti pulman di seconda e terza classe. Ritenni di non lasciare laggiù i visi dei ragazzi incontrati negli ostelli di Oaxaca. E me li portai a casa. Insieme all’abbraccio di un gigante di Liverpool urlante di gioia dopo che la più incredibile finale della storia del calcio era appena finita. E di certo terrò sempre con me l’emozione dell’applauso che riempì il locale quando ci abbracciammo tra noi con i quattro occhi bagnati: due dalla gioia e due dalla delusione. Come avrei potuto lasciare là queste cose? Serbo la frescura del Rio Usumacinta, ignaro confine tra Messico e Guatemala, in cui ci buttammo per sfuggire all'asfissiante calura della giungla. Nel fondo dei miei occhi custodisco la frontiera guatemalteca di Betel, la scritta migracion di una baracca inverosimile, la gentilezza di un funzionario che non ti aspetti. Mi tenni le risate dei dieci funamboli della compagnia di Roberto, durante la fiesta che scattò spontanea al loro rientro nel magazzino che ci ospitò per un paio di notti: il ‘cucidril’. Dormimmo tra trampoli, biciclette da una ruota sola, palle, birilli, cappelli e indumenti di ogni foggia, parrucche, attrezzi di ogni sorta ed una collezione di occhiali di scena da far impallidire Elton John. La mia bocca custodisce il sapore delle tortillas gustate per strada, del mezzo pollo sbranato all'ombra del carretto di una famiglia di Tulum, delle salatissime ‘chapulines’, le inquietanti cavallette fritte e tostate, assaggiate per sfida, non certo per fame. Conservo il ricordo delle ore notturne che spesi a parlare con Oscar e con i suoi ospiti: un americano di Buffalo ed un ragazzo di Taiwan ‘che si rivelò poi di Boston’. Riportai i visi delle persone incontrate. I suoni delle loro voci. Il colore della loro pelle. Tutte queste sono le cose che portai via da quel luogo. Ed altre ancora. La mia casa è piccola, ma per queste cose ho parecchio posto. Misi tutto nel mio zaino e passai la dogana senza dichiarare nulla. In cambio volli lasciare un po’ di sorrisi, un po’ di risate, un po’ di amicizia, un po’ di solidarietà, un po’ di fratellanza, un po’ di disagio, un po’ di tante altre cose. Misi tutto in un pezzetto del mio cuore, e senza farmi vedere da nessuno, lo lasciai volare via. Poi salii sull’aereo e tornai a casa. Ma non del tutto.

lunedì, gennaio 02, 2006

Così uguali. Così diversi.

Viene dalla Tanzania. E’ di un anonimo artista locale. Non è esposto in una prestigiosa galleria d’arte, né in un famoso museo africano. Si trova in Italia. Per la precisione nella sala di casa mia. Sopra il divano, per precisione estrema. Me lo ha portato Patrizia. Devo dire che ha colto nel segno: mi piace moltissimo. Una tribù che balla. Direi che più di tutto dà un senso di diversità. Nonostante l’impressione che può dare alla prima veloce occhiata, in cui sembra un gruppo di ballerini e ballerine uguali tra loro. Mi pare invece la rappresentazione del modo in cui ognuno, a modo suo, interpreta questa danza tribale. Che non è uno di quei balli di gruppo in cui tutti si muovono all’unisono. Né una coreografia da varietà del sabato sera. Bensì una danza in cui ciascuno è libero di muovere il proprio corpo trasportato dalla musica. E persone diverse interpretano diversamente lo stesso ritmo. Ne scaturisce un’immagine che dà forte un senso di movimento, divertimento, condivisione, allegria, amicizia e, per l’appunto, diversità.