Oggi, poco dopo le otto. Tangenziale. In moto percorro i chilometri che mi porteranno in ufficio. Del sole che ho visto appena uscito di casa qui non c’è traccia. A nasconderlo, inaspettata, ho trovato la nebbia. Ed è anche abbastanza fitta. Le sagome delle macchine compaiono quando sono ormai parecchio vicine. Intravedo prima le fioche lucine rosse, poi l’incerto profilo, e solo quando mi accingo ormai a passarle, ne distinguo il colore. Per il resto è tutto grigio. Fa freddo. Il termometro sul cruscotto arriva a segnare meno sei gradi. Erano parecchi giorni che non si spingeva tanto in basso. Le caviglie, esposte all’inesorabile soffio dell’aria, mi fanno male. E le punte delle dita delle mani, nonostante i guanti ed i sottoguanti, non le sento più da diversi minuti. Proseguo sulla corsia di emergenza, e sulla sinistra vedo sfilare la lunga colonna di tir che procedono stanchi verso chissà dove. Il mio respiro appanna la visiera del casco, ed ogni tanto sono costretto ad alzarla per poter vedere qualcosa. Nei pochi istanti che occorrono al vento per renderla nuovamente trasparente, le folate mi sferzano il volto. A meno sei gradi di temperatura l’aria che ti colpisce ad ottanta chilometri orari è come un morso. Ti toglie il fiato. Eppure, in fondo, mi piace. Sto bene e sono contento. Né il freddo, né la nebbia, né il traffico, né il grigio mi possono distogliere dal pensiero che ormai da due giorni mi martella la zucca. Dietro alla sciarpa, sotto il bavero alzato del giubbotto, sorrido. E penso che, anche se è ormai deciso, non ci credo ancora.
Katmandu. Treking campo base Everest. Nepal. Sette Ventiquattro Aprile Duemilasei. Difficile, ora, è l’attesa.
Katmandu. Treking campo base Everest. Nepal. Sette Ventiquattro Aprile Duemilasei. Difficile, ora, è l’attesa.
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L'Everest visto dal campo base del versante Nepalese a 5.300 m

