venerdì, dicembre 16, 2005

KZ Mauthausen

9 Dicembre 2005. E’ in una gelida mattina di inverno che ci avviciniamo al campo. KZ Mauthausen, campo di concentramento. Chiacchieriamo del più e del meno, ma siamo un po’ in ansia per quel che vedremo. Patrizia più di me. Ho letto un po’ di cose sui campi i concentramento nazisti, e credo di sapere quello che mi aspetta. Mauthausen: la mia affidabile Lonely Planet la definisce una graziosa cittadina sulla riva settentrionale del Danubio, ad est di Linz. In effetti è quello che pensiamo noi attraversandola. Case e palazzi dai bei colori pastello, stradine pulite ed ordinate. Come tanti altri paesini austriaci. Consideriamo anche che quei colori forse servono a scrollarsi di dosso un così pesante fardello, e tra di noi ne parliamo. In fondo cosa centra questa gente con la ferocia nazista di allora? Seguiamo le indicazioni e troviamo la strada del lager senza problemi. Strada che si inerpica su una collina, fuori dal paese. Fa freddo e c’è la nebbia, ma credo che col sole questi posti sono belli. Dalla nebbia iniziamo ad intravedere la sagoma del campo: mura, torrette, filo spinato. E’ grande, ed subito un nodo in gola. La strada da percorrere a piedi fino all’ingresso passa attraverso al Campo dei Monumenti. Sono monumenti ai caduti di ogni nazione. “Agli Italiani che per la dignità degli uomini qui soffersero e perirono”: questa è la scritta commemorativa posta sul monumento italiano. Ma è pieno di monumenti e di frasi del genere-. Russi, francesi, olandesi, ungheresi, greci, americani: ognuno il suo monumento. Poi l’ingresso. Un pesante cancello tra due torrette di guardia. Non starò a raccontarvi di quello che ho visto dentro al lager. Delle baracche vuote. Dei cumuli di neve per le strade deserte. Delle scarne targhe metalliche che in parecchie lingue riassumono troppo brevemente la vita del campo. Del modesto museo pieno di dati e di scritte in tedesco. Ne vi parlerò dei forni crematoi o delle camere a gas. Non ho molto da dire in proposito. E comunque vi basterà digitare “Mauthausen” su un qualunque motore di ricerca sul web per saperne quanto me ed anche di più. Ho fatto delle foto al campo. Con lo spirito di immortalare la desolazione del posto, di fermare ciò che i detenuti, anzi, gli schiavi, vedevano dalle baracche. Le foto che ho fatto saranno presto sul mio foto album, c’è il link qui di lato. Non sono tante. Non sono spettacolari. No ho cercato la sensazione, ma la desolazione. Arrivato davanti ai forni e dentro le camere a gas non ho avuto cuore di fare foto, ed infatti non ne troverete nel mio foto album. Ma in rete ne potrete trovare tante, se ci tenete. Vi voglio invece parlare del silenzio che si respira. Dello stare tre ore senza dire più di sei frasi. Del non guardarsi negli occhi per non vergognarsi. Del non capire se è proprio quello che è successo. Patrizia mi ha detto che ha provato soprattutto orrore e tristezza. Io non so nemmeno dirlo di preciso quello che ho provato. Forse quello che più di ogni altra cosa avvertivo è stata l'impotenza. E la rassegnazione. Le centinaia di scritte, in ogni lingua, sul dover ricordare perchè tutto ciò non avvenga mai più mi paiono un po' vuote. Quello che qui è successo sessanta anni fa sta succedendo ora in altri posti. Solo più lontani da noi. Penso alla Cina: è solo di poche decine di giorni fa il video dei campi in cui i dissidenti sono costretti al lavoro forzato. Come è possibile? Se qualcuno mi chiedesse di raccontare della mia visita al KZ Mauthausen non avrei davvero molto altro da dire. Indicherei la strada da fare per arrivarci. Tra le cose che ho visto una immagine mi rimane più delle altre: il muro forte, alto, invalicabile. Ed il filo spinato. Nella mia mente l'impotenza dei quei poveri ragazzi di allora, che qui si trovarono, e la mia impotenza di oggi di fronte al ripetersi di quei fatti. Trascrivo qui la poesia che Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, pone all’inizio del suo famosissimo libro. Meglio di tante mie parole può esprimere quello che credo valga la pena di ricordare.

Se questo è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi
(Primo Levi)